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Per una formula dell'umorismo

Conferenza tenuta agli umoristi al 52° Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (1999)

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Premesse teoriche

Introduzione

L'umorismo non è mai stato un argomento preso sul serio: solo pochi studiosi se ne sono occupati e, generalmente, si trattava di persone più dedite ad apprezzare il riso prodotto da altri che non impegnate anche nel compito di far ridere, per cui è rimasta la grande frattura tra chi ride senza sapere perché e chi vuol sapere perché si ride senza saper far ridere. Da qualche decennio le cose sono cominciate a cambiare. Da una parte, negli Stati Uniti, si è fatto strada il dottor Patch Adams, medico, che ha voluto approfondire la pratica dell'umorismo fino a renderla strumento terapeutico da utilizzare nell'ospedale che dirige nel West Virginia, il famoso "Silly Hospital". Dall'altra ci sono rari umoristi che cercano di prendere coscienza del fenomeno umoristico anche in termini scientifici: in particolare, non si può dimenticare Vezio Melegari e le sue numerose pubblicazioni tanto umoristiche che di studio sull'umorismo. Tra questi rari ci sono anch'io: fin dai tempi della laurea, che ho discusso in psicologia, sui motivi per cui si ride, mi occupo della dinamica dell'umorismo e, contemporaneamente, mi dedico all'umorismo pratico, partecipando anche come espositore al Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera. Il sogno che ha fatto da filo conduttore per tutto questo tempo è stato l'arrivare alla definizione di una formula dell'umorismo: oggi ritengo di essere arrivato ad una tappa importante, e di poter scrivere qualcosa di significativo in proposito. Non si tratterà di una formula simile a quelle di chimica ma, come sarà possibile costatare, sarà sufficiente per dare un'impostazione alla ricerca di nuovi spunti umoristici: le tre vignette esposte al Salone Internazionale dell'Umorismo '99, qui allegate, sono state progettate utilizzando questa formula.

Le componenti dell'umorismo

Dopo anni di ricerche, sia pure a livello dilettantesco, sono arrivato ad una conclusione banale ma essenziale: l'umorismo è essenzialmente una forma di comunicazione. Ciò significa che l'umorismo utilizza le leggi della comunicazione e che, per capire, l'umorismo è indispensabile conoscere il funzionamento della comunicazione. Va anche detto che, se l'umorismo si fonda sulla comunicazione, allora il meccanismo del riso deve essere già presente nell'individuo: deve trattarsi, cioè, di un sistema che l'organismo utilizza indipendentemente dall'umorismo, e che viene attivato dalla comunicazione umoristica.
In concreto, le discipline necessarie per comprendere l'umorismo sono due: la neurofisiologia, per i meccanismi che vengono attivati, e la psicologia della comunicazione per il modo di attivarli. Possiamo quindi anticipare una considerazione molto importante: l'umorismo non esiste. Nel senso che, se non esiste una persona capace di ricevere il messaggio umoristico e di reagirvi attivando spontaneamente i meccanismi del riso, allora il fenomeno umoristico non c'è. In altri termini, non esiste l'umorista
Mi sembra di sentirti: "Ma come! E allora, che senso ha il Salone di Bordighera? Non è il luogo di incontro degli umoristi? Se non ci fossero gli umoristi non ci sarebbe nemmeno il Salone! E poi, io SONO un umorista: quando disegno, o quando racconto una barzelletta. Non puoi scrivere che io non esisto!!!"
Invece no: l'umorista, così come l'abbiamo sempre inteso, come quella persona che sa far ridere, non esiste, perché, se manca il pubblico, lui non è più capace di far ridere. Se un comico se ne andasse su di un'isola deserta, non sarebbe più comico, come tutti i libri di vignette ammucchiati nei magazzini delle librerie non sono in grado di suscitare ilarità fino a che non vengono letti. Non è un problema di pignoleria scientifica: è solo un modo per porre in evidenza quanto, nell'umorismo, sia importante saper comunicare. Per far ridere occorre prima di tutto saper comunicare un messaggio, e poi saper costruire un messaggio in grado di far ridere chi lo ascolta. Ciò significa che l'umorista, nell'accezione comune, è, prima di tutto, una persona capace di comunicare, e a questo punto ti accorgi che è quasi la scoperta dell'acqua calda: chi è capace di comunicare è anche capace di far ridere, e chi è capace di far ridere è in grado di comunicare anche su temi non umoristici, come ha dimostrato Benigni con la seconda parte de "la vita è bella". La cosa, invece, non è altrettanto banale dal punto di vista scientifico: dividere il problema dell'umorismo in due, distinguendo la comunicazione dal riso, semplifica notevolmente la comprensione del fenomeno, ed è per questo che, nonostante il titolo sia impegnativo, questo opuscoletto è piccolo.

Le basi neurofisiologiche del riso

Dal punto di vista fisico, la spiegazione del riso si basa su due approfondimenti: la percezione e la dinamica ormonale del riso. La percezione ci interessa in quanto il riso viene prodotto da una stimolazione, e la conoscenza della stimolazione consente di capirne il processo. Tutti sanno che il riso può essere ottenuto praticamente su qualsiasi persona mediante il cosiddetto solletico: ci sono persone più o meno sensibili al solletico e le zone di sensibilità al solletico non sono uguali per tutti. In comune, tuttavia, le zone di sensibilità al solletico hanno la caratteristica di essere altamente vulnerabili. Che si tratti della cavità ascellare piuttosto che della pianta dei piedi, o della zona posteriore dell'orecchio, della parte anteriore della gola, dell'incavo sotto la nuca, dei polsi, della parte interna delle cosce, della zona posteriore del ginocchio, dell'inguine o della pancia, tanto per citare le regioni più spesso citate nelle interviste, per ciascuna è evidente che, se al posto di una piuma solleticante vi fosse la lama di un rasoio, l'incolumità dell'intera persona sarebbe in pericolo, generalmente per il passaggio di un vaso sanguigno di notevoli dimensioni in prossimità della cute, o comunque per la scarsa protezione di organi importanti. La conseguenza che si avrebbe se, al posto di una piuma vi fosse una lama di rasoio che minacciasse le zone sensibili al solletico, sarebbe il pianto al posto del riso.
Tutto questo propone una profonda analogia tra pianto e riso e, ad un'analisi più approfondita, si scopre che, di fatto, pianto e riso hanno la medesima origine. In particolare, il riso altro non è che un pianto interrotto. La dimostrazione è doppia: non solo la struttura del riso è comprensibile partendo da quella del pianto, ma anche la stimolazione primordiale al riso, il solletico, è orientata a produrre il contrario del pianto.

Il riso come pianto interrotto

Che il riso derivi dall'interruzione del pianto, può essere dimostrato in base alle seguenti osservazioni. Prima di tutto, se il riso diventa incontrollabile, per esempio in seguito ad un solletico eccessivo o ad una compagnia molto ilare, allora si perde la capacità di interrompere, ed il riso si trasforma in pianto: si piange dal gran ridere. In secondo luogo, i fotografi sanno che è meglio non immortalare chi sta ridendo, perché, cogliendo un'istantanea, l'espressione che ne risulta è molto probabilmente quella di uno che sta piangendo, a meno di non essere così fortunati da azzeccare proprio il momento dell'interruzione. L'osservazione più determinante, tuttavia, riguarda la fisiologia del pianto. Si è abituati a ritenere che il pianto costituisca uno sfogo alla tristezza o al dolore: invece, proprio per la sua dinamica, il pianto è un insieme di comportamenti orientati alla stimolazione di microghiandole che secernono ormoni dalla funzione anestetica. Il benessere che si prova dopo aver pianto è proprio la conseguenza di questo processo. Le enkefaline (così si chiama l'ormone secreto durante il pianto), infatti, sono state soprannominate "ormone della felicità" perché, quando entrano in circolo, producono un piacevole stato di leggerezza. Ora, il piando produce enkefaline quando si sta male: il riso è il sistema per produrre enkefaline stando bene. Per questo si ricorda che "il riso fa buon sangue": perché ridendo si gode del benessere prodotto anche dal pianto, senza dover star male come quando si piange. Ancora un particolare: non è raro che, di fronte alla notizia di una grave disgrazia, si scoppi in una risata, con enorme disagio soprattutto da parte di chi non riesce a trattenere il riso. L'interpretazione del riso come pianto interrotto spiega ampiamente anche questo fenomeno così imbarazzante: se chi riceve la notizia dolorosa prova l'impulso al pianto e contemporaneamente si sforza di controllarlo, può arrivare tardi nel suo tentativo di arresto del pianto, ed ottenere l'effetto di interromperlo. Ne consegue un cenno di risata, imbarazzante, e quindi ancor più da controllare mentre, proprio per correggere la situazione, adesso diventerebbe accettabile il pianto. Tuttavia, nel tentativo di trasformare il pianto in riso, gli sforzi per interrompere il riso ne accentuano la componente che lo distingue dal pianto, col risultato di proseguire in un riso irrefrenabile.

Il riso come contrario del pianto

Fisiologicamente, le interruzioni inducono nel sistema nervoso centrale la tendenza ad essere interpretate come negazione: la sostituzione della lama di rasoio con una piuma trasforma un assalto pericoloso in un assalto interrotto, noto come solletico, che produce, come effetto, un pianto interrotto, il riso. Potremmo sostenere che il solletico è il contrario di un assalto pericoloso come il riso è il contrario del pianto.
Il concetto di interruzione che sta alla base del solletico è molto importante, in quanto serve per costruire altri stimoli al riso. Già Vezio Melegari aveva scoperto questa legge importante dell'umorismo, cogliendola come caratteristica comune alle barzellette.
È comunque importante notare come il significato dell'interruzione venga definito fin dal sistema nervoso, e sia quindi indipendente dalla volontà di chi la percepisce. Nel disegno qui sotto balza agli occhi la figura di un triangolo anche se il triangolo non è disegnato. L'effetto del triangolo è ottenuto interrompendo i tre cerchi neri, che apparirebbero interi se non ci fosse un triangolo bianco che li copre. In questo caso, l'interruzione dei cerchi neri comporta un triangolo ancor più bianco del foglio su cui non è disegnato, proprio come contrario del nero.
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Un altro esperimento consente di approfondire ulteriormente l'effetto di opposizione determinato dall'interruzione: ritagliando una figura simile a quella rappresentata qui sotto 
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e facendola ruotare dopo avervi praticato un foro al centro, si può notare come compaiano cerchi colorati con delicate sfumature pastello. Solo il cervello umano è in grado di vedere quei cerchi: una fotografia riprodurrebbe solo linee più o meno sfumate, secondo la durata della posa, ma non potrebbe inventare i colori che invece vengono prodotti dal sistema nervoso che reagisce all'interruzione. Lo stesso effetto si può ottenere, anche se in modo meno definito, osservando lo schermo di un televisore bianco e nero quando non è sintonizzato su alcuna stazione. Il brulichio di puntini bianchi e neri produce la percezione di macchie lievemente colorate, né bianche, né nere.
Lo stesso effetto, di interruzione per ottenere un significato opposto, avviene nella comunicazione tra esseri umani. Un primo esempio può essere costituito dalla bandiera a mezz'asta: per significare il contrario della serenità indicata dalla bandiera in cima al pennone, non si ricorre all'abolizione completa della bandiera, ma si interrompe il segnale della bandiera alzata. Un altro esempio, il brindisi, se viene letto come interruzione di un movimento che porterebbe alla rottura dei bicchieri, indica l'opposto della perdita di controllo, messaggio particolarmente importante prima di assumere alcolici: un ubriaco avrebbe molta difficoltà nel limitarsi a far tintinnare i calici. Ancora: la consuetudine di lasciare qualche boccone nel piatto quando si è ospiti, interrompendo il comportamento dell'affamato, indica il contrario, la sazietà. In questo modo viene comunicata tanto la generosità di chi è stato abbondante nelle porzioni, che l'inappetenza e quindi l'adesione all'invito non per sfamarsi ma per stare in compagnia. Dal punto di vista dell'interruzione, tutti i gesti di saluto e di affetto sono leggibili come negazione di aggressioni: dall'abbraccio, che se proseguisse sarebbe uno stritolamento, alla carezza, che è uno schiaffo al rallentatore, al bacio, che è un morso interrotto. Anche tecniche violente, come il karatè o la scherma, comunicano, mediante l'interruzione costitutiva dei gesti a scatto, la completa padronanza del proprio corpo e quindi il contrario del timore dell'avversario. Questo elenco molto ridotto di interruzioni presenti nella vita quotidiana serve per dimostrare la varietà delle interruzioni e la loro portata: la gente utilizza le interruzioni per comunicare senza conoscerne il significato e senza sapere di usarle, e tuttavia il loro effetto è costante ed efficace. Anche nell'umorismo, come vedremo, si utilizzano interruzioni inconsapevolmente, e la risata è una risposta inevitabile, quasi costretta dallo stimolo che la provoca.

La comunicazione nell'umorismo

Verso l'inizio del XX secolo si raccontava di alcuni matti che, rinchiusi in un manicomio, si raccontavano barzellette per passare il tempo della ricreazione: il guaio è che ne conoscevano solo una decina, e continuavano a raccontarsi sempre quelle. Fu così che il guardiano, che doveva sorvegliarli costantemente, un bel giorno si stancò di sentire sempre le solite storielle. Per creare un diversivo, propose ai matti di elencare le barzellette e di numerarle, in modo che, invece di far la fatica di raccontarle, si potesse dichiarare il numero così che chi ascoltava pensasse alla barzelletta corrispondente e riuscisse a divertirsi ugualmente. I matti aderirono subito all'idea e dal giorno successivo la loro ricreazione diventò uno scambio di numeri: "5!" "ha ha ha!" "7!" "huuu! Mi fai morir dal ridere!" e così via "3!" "Carinissima, questa! Hi hi hiiii!". Il guardiano, entusiasta di essere stato apprezzato dai matti, corse dal direttore a vantarsi per come era riuscito ad insegnare ai matti ad abbinare le barzellette ad un numero, così che ridessero sentendo il numero senza dover raccontare la barzelletta intera. Questi, da buon direttore, prima di lodare il dipendente, volle verificare. Accompagnato dal guardiano, scese nella sala della ricreazione, tutti i matti presenti, e pronunciò: "cinque!". I matti lo guardarono con molto rispetto, ma rimasero immobili e in silenzio. "due!" tentò nuovamente il direttore, un po' spazientito, ma i matti non risero, anzi, cominciavano a guardarlo con un po' di compassione. Allora il direttore uscì, e se la prese col guardiano: "perché non hanno riso?" "forse, perché bisogna anche saperle raccontare, le barzellette…"
Saper raccontare le barzellette è un problema di comunicazione: alla luce dei capitoli precedenti, compito della comunicazione è ottenere che chi riceve un messaggio intenzionalmente umoristico percepisca il "solletico" che gli provochi il riso. Per arrivare a questo è necessario qualche premessa sulla comunicazione che, purtroppo, è ancora competenza solo degli addetti ai lavori mentre dovrebbe essere insegnata fin dalla scuola dell'obbligo.

Cenni di teoria della comunicazione

La prima caratteristica della comunicazione è costituita dall'importanza di chi riceve il messaggio: è lui, infatti, e non chi lo trasmette, a definirne il significato. Coerentemente, sei tu, che stai leggendo, colui che dà un significato alle parole scritte su questo foglio: io posso averle pensate, riflettute, corrette e risistemate, ma fino a che nessuno le legge non hanno significato e se, invece di essere lette da una persona come te, interessata all'argomento, queste parole capitassero in mano ad un'amante gelosa appassionata di gialli, questa potrebbe ritenere che si tratti di messaggi cifrati per stabilire appuntamenti e programmi a sua insaputa. Ovviamente, è raro che dei messaggi possano venir interpretati in modo così distante come nell'esempio precedente, ma è anche impossibile che un messaggio venga recepito ed interpretato con l'esatto significato voluto da chi lo trasmette: per quanto impegno tu possa investire mentre stai leggendo, non potrai mai sapere cosa io intendevo scrivere, e quello che tu stai comprendendo sarà sempre e comunque, almeno un poco, differente da ciò che io intendo comunicare. Questo fenomeno diventa ancor più evidente nell'umorismo dove la medesima barzelletta fa sbellicare alcune persone e lascia indifferenti altre, con tutte le sfumature intermedie: anche se agli umoristi e agli amanti dell'umorismo piace pensare che siano le persone intelligenti quelle che più apprezzano le barzellette, l'esperienza insegna che non è vero e che, spesso, persone molto intelligenti e colte non vengono minimamente scosse da molte barzellette. È invece attendibile che, chi non ride di una barzelletta o di una situazione comica, lo deve all'aver percepito un significato diverso da quello che chi raccontava intendeva trasmettere.
Gli studi sulla comunicazione ci insegnano che il significato del messaggio viene definito dal ricevente in base a tre gruppi di variabili: una prima categoria è costituita dall'insieme delle motivazioni del ricevente, una seconda dall'insieme di convinzioni che il ricevente si è fatto a proposito del trasmittente, ed una terza dall'insieme delle idee che il ricevente ha a proposito di se stesso. In altri termini, tu adesso stai definendo il significato di quello che stai leggendo in base al motivo per cui stai leggendo (per esempio, potrebbe essere per divertimento oppure per studio), dalle convinzioni che ti sei fatto sul mio conto (per esempio, il fatto di sapere, adesso, che io sono stato insignito, tra le altre, dell'onorificenza di Accademico Tiberino fin dal 1978 e che attualmente io sia anche giudice onorario presso il Tribunale per i Minori della Corte di Appello di Brescia, modifica molto il significato che attribuisci a queste righe; nel caso invece che tu lo avessi saputo anche prima di leggerle, questo avrebbe comportato altre conseguenze) e dalle idee che hai in merito a te stesso (per esempio, il significato di ciò che stai leggendo cambia se ti senti stanco invece che riposato e pronto a capire, se stai leggendo ritenendoti un inesperto che impara oppure un esperto che valuta, eccetera).
Per comodità, riassumiamo le tre categorie di variabili che intervengono nella definizione del significato del messaggio rispettivamente con i nomi di Obiettivi (ciò si vuole ottenere), Pregiudizi (le idee che si hanno a proposito di chi sta parlando) e Vissuti (le idee che si hanno in merito a se stessi). Per raccontare una barzelletta con probabilità di successo, occorre chi la ascolta 1° non sia in condizione depressiva (= abbia un Vissuto disponibile a ridere), 2° ritenga che chi racconta la barzelletta non sia uno di quelli che non le sa raccontare (= abbia il Pregiudizio che il raccontatore di barzellette sappia raccontarle) e, 3°, abbia voglia di ridere (= abbia Obiettivi che comprendono il riso). Non sempre l'interlocutore si trova contemporaneamente in queste tre condizioni, e chi sa raccontare bene le barzellette, pur senza accorgersene, non solo decide se è il caso di raccontarle oppure no, ma è anche capace di modificare le condizioni di chi lo sta ascoltando per orientarle verso un contesto in cui sia possibile fare dell'umorismo. Quando si va ad uno spettacolo umoristico si è, molto probabilmente, caratterizzati dall'Obiettivo di trascorrere una serata in piacevoli risate, dal Pregiudizio che l'umorista sia in grado di farci ridere, e dal Vissuto di sentirsi bene e ancor meglio dopo aver riso, diversamente, sarebbe difficile convincerci a pagare il biglietto per sprecare una serata. Questi Obiettivi, Pregiudizi e Vissuti, predispongono la sala ad accogliere bene l'umorista che si troverà una comunicazione più semplice. Se invece, all'inizio dello spettacolo, i presenti sono solo una decina, dispersi per tutta la sala, allora per la comunicazione, cambia tutto: Obiettivi, Vissuti, e Pregiudizi. I Pregiudizi in merito alla validità dell'umorista diventano negativi, gli Obiettivi virano verso il desiderio di farsi rendere il biglietto, ed il Vissuto si orienta al sentirsi in dovere di farsi valere, col risultato di rendere difficilissima, per l'umorista, la comunicazione.
Questi esempi servono per fare un po' di ginnastica su questi tre concetti così importanti per la comunicazione: obiettivi, pregiudizi e vissuti sono, infatti, le leve sulle quali intervenire per modificare il contesto all'interno del quale si scambiano i messaggi, e questo non è importante solo per raccontare barzellette.

Comunicazione e cambiamento

Un ultimo concetto, fondamentale, per poi costruire, come un puzzle, la formula dell'umorismo: il cambiamento. La relazione tra comunicazione e cambiamento in chi riceve il messaggio è talmente profonda da poter affermare che, se la persona cui è destinato il messaggio non cambia, allora non c'è stata comunicazione: o il messaggio non è stato ricevuto, o il messaggio è stato interpretato in modo tale da diventare inutile. Se tu stai leggendo queste pagine vuol dire che fin dalla prima pagina hai trovato stimoli a cambiare: diversamente avresti lasciato lì questo opuscoletto e non l'avresti più ripreso. Tutta la comunicazione mira ad ottenere cambiamenti: anche una frase banale, del tipo "cosa vuoi per cena?" ottiene un cambiamento in chi la riceve. In questo caso, si tratta di un cambiamento lieve, non determinante, ma quantomeno lo spostamento dell'attenzione dall'oggetto dei pensieri alle sensazioni che il corpo può raccogliere in merito alla cena. Intendiamo quindi il cambiamento come qualsiasi variazione all'interno della persona, ed allarghiamo il concetto di comunicazione a tutto ciò che produce cambiamento. Al limite, la presenza di un virus diventa, in questa definizione, una comunicazione, in quanto produce cambiamento nella salute della persona, come è comunicazione una variazione di temperatura, un suono improvviso o un terremoto: se chi riceve il segnale modifica la sua condizione, allora il segnale era comunicazione.
Anche il cambiamento, esaminato per quanto riguarda la relazione comunicativa, può essere analizzato secondo tre componenti anzi, proprio secondo le tre componenti che già conosciamo: ogni cambiamento avviene negli obiettivi, nei pregiudizi e nei vissuti. Un virus che porta un'infezione modifica l'ammalato tanto nei suoi obiettivi (adesso vuole guarire) che nei pregiudizi (attribuisce il suo star male a qualcosa, anche se non è detto che sappia subito riconoscere l'interlocutore-virus che l'ha contagiato) che nei suoi vissuti (si sente debole e vulnerabile). Questo opuscoletto non è un virus, ma ottiene un cambiamento anche nei tuoi confronti, visto che continui a leggerlo: rispetto a quando hai cominciato a leggerlo hai modificato i tuoi Obiettivi (se volevi una formula per costruire barzellette, adesso questo obiettivo ha preso una forma, probabilmente diversa da quella che ti aspettavi), hai modificato i tuoi Pregiudizi (nei miei confronti, visto che mi conosci meglio, ma anche nei confronti dell'umorismo, della comunicazione, e di chissà quante altre cose), ed hai anche modificato i tuoi Vissuti (immaginando di poter utilizzare quanto stai imparando anche per obiettivi diversi da quelli indicati nel titolo). Quello che ci interessa è che anche le barzellette producono cambiamento anzi, per l'esattezza, producono un cambiamento tanto particolare da caratterizzare proprio la categoria. In altri termini, possiamo dire che è umorismo quel tipo di comunicazione che produce un particolare cambiamento, tipico solo e soltanto dell'umorismo. Sembra banale, ma il cambiamento prodotto solo e soltanto dall'umorismo è costituito da quel fenomeno che abbiamo già visto essere l'interruzione e quindi il contrario del pianto, vale a dire il riso.

La formula del riso

Quello che emerge quindi, dopo tanta teoria, è che l'interruzione, la negazione, non avviene nel messaggio bensì nel cambiamento prodotto dal messaggio. Il paradigma viene offerto proprio dal solletico. Ad un'analisi ancor più approfondita è osservabile come l'interruzione dell'assalto proposta dal solletico non sia unica, bensì ripetuta. Mentre negli altri casi di interruzione, dalla bandiera a mezz'asta al boccone nel piatto alle mosse della scherma, l'interruzione è unica, nel caso del solletico l'assalto è continuato e continuamente interrotto. Dal punto di vista di chi riceve il solletico, la terminazione nervosa viene sollecitata come se ci fosse un pericolo, poi tranquillizzata dalla carezza, poi nuovamente allertata, in un'alternanza che può anche diventare un supplizio. In termini di cambiamento, il solletico propone due direzioni (allerta e rassicurazione) che si avvicendano, costringendo chi lo subisce a continuare a cambiare tipo di cambiamento. Lo stesso avviene per l'umorismo: occorre proporre un cambiamento doppio anche se, non essendo necessario arrivare al supplizio del solletico, è sufficiente proporre solo l'inizio, risparmiandosi l'alternanza. Si ride quando il cambiamento prodotto dalla comunicazione tra l'umorista e chi lo ascolta viene interrotto, praticamente negato, almeno per una volta. Per questo la storiella (barzelletta) è la via preferita per far ridere: mediante un tempo sufficientemente lungo è possibile indurre un cambiamento, lavorando sui Vissuti e/o sui Pregiudizi e/o sugli Obiettivi, e con la battuta finale interromperlo, sempre intervenendo su una delle tre componenti del cambiamento. Per esempio, nella barzelletta citata prima, dei matti che numerano le barzellette, il cambiamento iniziale viene proposto sui Pregiudizi riguardo alle malattie mentali, come se l'ossessività fosse un problema così banale da potersi curare con semplici consigli, almeno per ridurne i sintomi. Il cambiamento finale inverte completamente il Pregiudizio appena modificato, confermando un'ossessività che non perdona neppure il tono di voce.
Gli indovinelli possono essere più brevi delle barzellette in quanto stimolano al cambiamento lavorando sui Pregiudizi (l'argomento della domanda) per poi interromperlo mediante la risposta (di solito, sui Vissuti). Tipiche, molte barzellette sui carabinieri, che hanno appunto la forma dell'indovinello ("Quante sono le barzellette sui carabinieri?" "2: le altre sono vere") dove il cambiamento iniziale riguarda lo spostamento dai Pregiudizi che si hanno nei confronti dei carabinieri quando ti fermano e ti chiedono "patente e libretto" ai Pregiudizi, sempre nei loro confronti, quando si raccontano le barzellette, ed il cambiamento finale riguarda il Vissuto, perché la risposta dimostra come il pubblico non sia riuscito ad uscire dalla divisa e, per quanto si sia sforzato, non ha saputo trovare una risposta sufficientemente irriverente.
Il disegno comporta invece maggiori difficoltà, in quanto non ammette la componente temporale: per interrompere il cambiamento occorre un cambiamento, e per cambiare occorre del tempo. Per questo la vignetta assume regolarmente la configurazione di un indovinello: chi non coglie il quesito posto dalla vignetta finisce per scambiarla per un disegno più o meno strano, e non ride. I sistemi per comunicare che la vignetta è un indovinello, un problema da risolvere, sono molti: quello più consueto consiste nel fornire la vignetta di una battuta o almeno di un titolo, in modo da creare un problema e costringere a prendere tempo. Al limite, la scritta "senza parole" (che costituisce già un problema, perché usa delle parole per dire che le parole non ci sono) avvisa che il disegno nasconde un significato da capire. Un altro sistema molto diffuso si basa sul collocare la vignetta in uno spazio riservato alle vignette, così che la gente sappia già che dovrà cercare un motivo per ridere. Le riviste specializzate, i settimanali enigmistici, la pagina dedicata del quotidiano hanno questa funzione. Io, per la tesi di laurea che ho discusso proprio su questo tema, ho tolto quaranta vignette (tutte senza parole) dal loro spazio e le ho proposte ad una classe di studenti di scuola media superiore, chiedendo di dirmi quali di loro fossero semplici disegni e quali vignette: sono state promosse a vignetta meno della metà, per giunta non in modo omogeneo. Ogni vignetta, in pratica, è stata riconosciuta come tale solo da due o tre studenti, mentre gli altri la consideravano semplice disegno: la vignetta, se non viene presentata come tale, tende ad essere ignorata. Il sistema emergente (si fa per dire, perché funziona da più di mezzo secolo!) per utilizzare il disegno come messaggio umoristico, consiste invece nel caratterizzare la vignetta in modo che sia riconoscibile l'autore: praticamente, si ricorre allo stile. La tecnica, probabilmente derivata dai fumetti, si diffonde sempre di più, a scapito dei dilettanti come il sottoscritto, ma a vantaggio dell'umorismo. Il grande pubblico non sa attribuire un disegno di Clericetti (riconoscibile per le faccine a goccia orizzontale e gli occhi a +) al suo autore, di cui non conosce, probabilmente, nemmeno il nome, ma sa che si tratta di una vignetta, e cerca il problema, l'indovinello, predisponendosi al cambiamento interrotto. Oggi, il grande umorista si riconosce dallo stile del disegno, a volte, addirittura, scavalcando il problema del doppio cambiamento: il prototipo è costituito da Mordillo, uno stilista così puro da potersi permettere qualsiasi disegno ed ottenere che ci si senta obbligati a ridere, almeno per non essere scambiati per deficienti. Un fenomeno simile, ma opposto, viene proposto da Quino (l'autore di Mafalda), dove lo stile così caratteristico costringe a fermarsi su ogni vignetta fino a trovarne il lato umoristico, pena un grave cambiamento nel Vissuto ed attribuirsi la patente di deficiente. (Il riferimento alla scarsa intelligenza non va posto in termini di Q.I., bensì come riferimento alla pigrizia di chi non vuol far la fatica di riflettere).
Chi non è noto per il suo stile… deve farsi riconoscere, altrimenti non fa ridere: la vignetta quotidiana su un giornale, la presenza costante sulle riviste di enigmistica, sono strumenti che consentono al pubblico di imparare a riconoscere uno stile. Naturalmente, il Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera è un altro sistema per farsi conoscere: un riconoscimento conseguito a Bordighera corrisponde ad una specializzazione per un medico, ed abbrevia notevolmente la strada per farsi conoscere.

Esercizi pratici

La formula del riso consiste quindi nell'indurre un doppio cambiamento in chi riceve il messaggio umoristico: più è veloce (interruzione) il passaggio dal primo al secondo cambiamento, più successo avrà l'episodio umoristico. Il problema viene definito dal ricevente: è, infatti, il ricevente che definisce il significato del messaggio, e quindi è lui che "decide" se cambiare oppure no. Se non vengono ricevuti entrambi gli stimoli al cambiamento, il fenomeno umoristico non esiste. Per questo l'umorismo in genere e la vignetta in particolare sono tra le comunicazioni più difficili: sia perché viene richiesta una precisione notevole nella trasmissione del messaggio, sia perché viene lasciato pochissimo spazio alla sua definizione. Se chiamiamo con "A" l'insieme dei concetti che Tizio vuol comunicare a Caio e con "B" l'insieme dei concetti che Caio capisce da Tizio, allora possiamo dire che, nella comunicazione quotidiana la differenza tra "A" e "B" può anche essere relativamente ampia. Se Tizio insegna e Caio impara, per esempio in un corso di specializzazione, allora si richiede una precisione di maggior entità, e l'esame finale mette a fuoco proprio la differenza tra ciò che Tizio ha insegnato e Caio ha appreso. Nella battuta di spirito si hanno verifiche ben più precise di quanto avviene agli esami, perché Caio, mediante un riso spontaneo, dimostra di aver cambiato due volte, molto probabilmente nella medesima direzione richiesta da Tizio che gli ha raccontato la barzelletta (v. tabella).
Messaggio Precisione richiesta Esempio
Quotidiano 25
Mi piace il risotto (Quanto sale? Quanto cotto? Quanto denso? Eccetera)
Corso di specializzazione 50
Per cucinare il risotto occorrono 20 minuti a fuoco vivace (Quale tolleranza sui 20 minuti? Quale temperatura minima? Quali variazioni di temperatura ammesse?)
Umorismo 100
La storia del vampiro che cucinava il risotto per le sue vittime (o la capisci, o non la capisci)
A questo va aggiunto che i tempi per ottenere i due cambiamenti richiesti dall'umorismo sono notevolmente inferiori a quelli di un corso di specializzazione: ci accorgiamo di quale precisione venga richiesta nella costruzione della barzelletta, e diventa lampante il motivo per cui gli umoristi sono rari. A maggior ragione, provocare con precisione un doppio cambiamento mediante una vignetta diventa ancor più difficile: non a caso, per riempire di vignette il Salone di Bordighera occorre rivolgersi al pubblico internazionale degli autori! (come avrai già notato, la Sorte mi ha beneficiato praticamente di tutte le virtù, con la sola eccezione della modestia).
Naturalmente, la formula dell'umorismo (indurre un doppio cambiamento in chi osserva la vignetta) non supplisce la fantasia e la creatività richieste all'umorista: si limita ad indirizzare la ricerca e, ritengo, con un po' di allenamento, a ridurre gli ambiti in cui andare a caccia di ispirazioni. Se farai esercizio, al Salone del 2.000 porterai disegni irresistibili!
Come promesso, ed a titolo di esercitazione pratica, propongo le mie tre vignette inviate al Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera 1999, poiché le ho costruite facendo riferimento alla teoria appena esposta.
L'isola

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(Non ti dico di andarla ad esaminare e di scrivere i motivi del tuo ridere o non ridere perché tanto, di solito, non si ubbidisce a questo invito)
Quando ho cominciato a pensare alla prima vignetta non avevo ancora messo a punto l'intera teoria: pur avendo riflettuto per decenni su questo tema, è stata proprio lo stu-dio della prima vignetta quello che mi ha costretto a concretizzare, almeno per mantenere la promessa fatta a Cesare Perfetto, l'inventore e tuttora patròn del Salone Internazionale, di portare a Bordighera teoria e pratica. Alla fine del giugno 1999 ero ancora fermo al concetto, già approfondito ed illustrato da Vezio Melegari, dell'interruzione come fondamento dell'umorismo.
Così, ho cominciato cercando un'immagine che proponesse un'interruzione, alla sola condizione che comportasse un riferimento ai quiz (tema del Salone di quest'anno, infatti, è "ma che quiz c'è da ridere?". Per qualche giorno ho cercato un gioco di parole sul concetto di quiz: già il titolo ne proponeva uno facile, ma proprio per questo da scartare. Ho provato con sciarade, anagrammi, rebus, lascia o raddoppia, eccetera ma, da una parte per mancanza di alternative valide, dall'altra per semplicità, la scelta è ricaduta sull'avverbio di luogo. Quando ho deciso, l'immagine è apparsa chiara: un disperso che urla "son quiz!". E qui è nato il problema. Non quello grafico, che è stato subito risolto, ma quello teorico. Per la grafica, essendo io uno scarsissimo disegnatore, ed aiutandomi molto con il computer, dopo aver esaminato la possibilità di nascondere il disperso in una foresta o in un deserto, ho scelto il mare perché molto più facile da disegnare. Dal punto di vista teorico, invece, le cose si sono complicate. Già, perché il "son quiz!", nella rappresentazione mediante l'isola a parole crociate, cominciava a vibrare. Emergeva un'altra interruzione oltre a quella da qui a quiz: quella da quiz a qui. Non c'è solo il disperso in un'isola di quiz non poteva urlare di essere qui senza aggiungere la zeta: c'è anche un'isola a parole crociate dove chi diceva di essere proprio lì, dichiarava, con la zeta in più, la propria identità (= sono un quiz).
Queste, ed altre interpretazioni si affollano, probabilmente, nella mente di chi dedica un po' di attenzione alla vignetta, stimolando a cambiamenti diversi, che si interrompono a vicenda e provocano la dinamica del solletico mentale.
Riflettendo, appunto, sui diversi significati che assumeva la battuta, e notando come questo aumentasse la pregnanza umoristica, per qualche giorno ho smesso di disegnare e mi sono dedicato allo studio della teoria. Poi ho ripreso lo scanner, ed ho realizzato la seconda e la terza vignetta, e solo dopo ho steso questo articolo.
Il grattacielo

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Qui ho cercato deliberatamente un cambiamento cui sostituirne un altro. Ho cercato uno sfondo che potesse essere "interrotto": ci voleva una situazione che sembrasse banale e che, ad una successiva osservazione, inducesse una riflessione, un cambiamento nei confronti dello sfondo. Dato l'argomento, quello dei quiz, lo sfondo sarebbe in ogni caso dovuto essere caratterizzato dalla griglia delle parole crociate, che avevo scelto come "indicatore" dell'adesione al tema proposto dal Salone. Poteva essere un panorama montano, marino, collinare o autostradale: l'importante era che tutto fosse a quadretti bianchi, con qualche tabellina nera ed, accanto, un numero progressivo. Come il solito, la pigrizia grafica ha suggerito la città: un condominio in primo piano ed altri sullo sfondo, senza grossi problemi di prospettiva (te lo vedi, a disegnare una pagina di parole crociate che prende la forma di un paesaggio collinare? Forse, con un programma grafico più evoluto del mio…). Il primo cambiamento era stato progettato: al colpo d'occhio ti sembra una città, poi guardi meglio e ti accorgi che sulle pareti dei condomini dovresti compilare le parole crociate, ammesso che in cantina ci fossero le definizioni. Adesso si trattava di inventare il secondo cambiamento. Quelle pareti del grattacielo avrebbero potuto essere già compilate: e poi? Si chiama un imbianchino per cancellarle e rifarle da capo? Meglio farlo in casa. Ed ecco l'idea del tappeto, da compilare la sera, invece di guardare la televisione: in un mondo di parole crociate, gli abitanti si divertono a scrivere sui tappeti, e poi, la mattina, si buttan via le lettere, per ricominciare da capo. Trovato il secondo cambiamento, la casalinga che scuote il tappeto, non ho avuto altro da fare che disegnare.
Il re bus

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Il tempo passava: non sembra, ma pensare per scrivere la teoria e pensare per disegnare, e poi disegnare, porta via tanto tempo, soprattutto se uno fa, per lavoro, un altro mestiere. Avevo quasi deciso di accontentarmi di due vignette, ma mia moglie ha insistito, convinta che avrei potuto farcela a pensare, disegnare e spedire anche la terza in tempo utile e, come sempre, aveva ragione. Allora ho pensato di invertire la situazione: uno sfondo fatto di elementi ciascuno orientato a provocare un cambiamento in modo che, alla fine, risultasse un cambiamento generale che riunisse tutto, dove il riso derivasse dai cambiamenti necessari per arrivare alla sintesi, e si coronasse nel compiacimento di aver riunito mentalmente quello che graficamente era diviso.
L'idea mi piaceva, ma non era facile da realizzare. Ho scelto come sfondo una prospettiva facile facile: la griglia delle parole crociate che si disperdono verso un infinito. Se avessi avuto più tempo, avrei curato meglio la prospettiva verso l'orizzonte, ma le mie capacità tecniche sono limitate (non a caso faccio lo psicologo e non il grafico) e per il 31 di luglio le vignette avrebbero dovuto già essere a Bordighera. Successivamente, si è trattato di popolare questo mondo enigmistico. La NU - vola è stata la prima idea: la sillaba NU con le ali, flap flap, in un cielo azzurro. Ho scoperto dopo che è invece molto difficile da leggere, soprattutto per chi è abituato ai rebus e si aspetta una frase per soluzione. Poi ho pensato agli alberi: Pi - anta, per l'occasione: in una prima versione avevo realizzato quasi un bosco, poi mi sono accontentato di uno, con due R - amo, ciascuno con le fogli - E (disegnando con il computer è molto facile riprodurre diverse volte qualsiasi disegno). Con la prima versione, quella in cui c'erano solo 2 nu-vola e molte pi-anta, mi sono accorto della difficoltà a realizzare la mia idea: provocare una visione di insieme diventava arduo, sia per chi, avvezzo ai rebus, avrebbe cercato aiuti nei numerini che indicano la struttura delle parole, sia per chi, fuori dal mondo dei rebus, avrebbe cominciato a perdere la testa fin dalla prima NU-vola (NUali? AliNU? PenneNU?). Per questo ho modificato la strategia, ed ho piazzato un bus in mezzo al disegno, con la sillaba RE ben stampata in fronte: visto che qualcuno lo prendeva per metropolitana, l'ho anche scritto sotto, come titolo, ed ho invertito il processo dei cambiamenti. Nel progetto finale, quindi, la lettura della vignetta dovrebbe cominciare dal titolo, riconoscere il RE - bus, e di lì proseguire identificando la pianta e la nuvola. Dato che il disegno era un po' vuoto, ho aggiunto una pala con la scritta ZZO (mi raccomando, la scritta è proprio in cima alla pala: se avessi voluto rappresentare un elicazzo avrei messo ZZO su tutta l'elica) ed una nota (sol) con E. Ne risulta un tipico panorama enigmistico: se per caso ti capitasse di arrivare in un paese simile dovresti riconoscere gli oggetti risolvendo i rebus che li indicano.

Conclusioni

La formula funziona anche se, galileianamente, bisognerebbe provare anche il contrario, che non è possibile far ridere se non si passa almeno da due cambiamenti: è un compito, questo, che lascio a chi cercherà di darmi torto, e si darà da fare per trovare una barzelletta che non passi dal cambiamento. Costruire barzellette, nonostante la formula, non è ancora roba da computer: rimane ampio spazio alla creatività ed alla logica divergente. Una precisazione: nella formula non entra il tema. Infatti, i cambiamenti che la barzelletta deve provocare non riguardano l'argomento della barzelletta.
Sarebbe interessante provare a classificare le barzellette in base a questo criterio nuovo. Alcuni libri le ordinano per argomento ("sui carabinieri", "sui matti", eccetera); Farnè ("Guarir dal ridere" - ed. Boringhieri) le raccoglie secondo un presunto criterio psicologico ("autolesioniste", "contro i superiori", "contro gli inferiori", eccetera). Ritengo che il criterio più efficace sarebbe quello sui cambiamenti richiesti: "sui pregiudizi", "sui vissuti", "sugli obiettivi", eventualmente specificando ulteriormente il tipo di cambiamento. Anche questo è un lavoro che lascio volentieri a qualche studente universitario che abbia intenzione di farsi pubblicare la tesi.
Da parte mia, mi limito ad osservare che, probabilmente, se Freud avesse preso in considerazione la parte dinamica del motto di spirito, invece che cercare di interpretarlo subito come un sogno, avrebbe scorto le tematiche psicanalitiche nel cambiamento più che nei simboli utilizzati: nella mia pratica, di operatore di cambiamento (in passato mediante psicoterapie, oggi mediante corsi di formazione) utilizzo spesso le barzellette come sistemi di comunicazione particolarmente efficace proprio in quanto stimolano al cambiamento.
Come accennavo precedentemente, un po' di allenamento a leggere i fenomeni umoristici in questa direzione dovrebbe consentire una pratica più veloce, e, forse, la capacità di costruire barzellette su ordinazione: per quest'anno mi fermo qui, e lancio la sfida per chi, affidandosi alla teoria, vorrà sviluppare la pratica!
 
Telefante3.jpg (78557 byte) Queste due vignette sono state invece presentate al 51° salone internazionale dell'Umorismo di Bordighera.

 

NB. La firma che utilizzo dal 1965 per le mie realizzazioni grafiche è "Lexi"

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